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Il Teide e le Piramidi di Güìmar

Foto di MThule

tratto da ARCHEOLOGI di HIMMLER di Marco Zagni edito da Ritter

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In linea con la volontà di studiare le plausibili migrazioni delle popolazioni "ariane" atlantidee, costrette a muoversi dalle loro sedi originarie del Nord Atlantico a causa del progressivo aumento del livello marino con la fine dell'ultima glaciazione di Wurm, per gli archeologi nazisti era necessario organizzare un'altra spedizione in un altro strano luogo dove l'archeologia ufficiale segnava il passo: le isole Canarie.

Anche in questo caso gli studiosi tedeschi anticiparono, per così dire, alcune tematiche ricorrenti oggigiorno nel multiforme panorama dell'archeologia di frontiera, interessandosi infatti all'antico regno dei Guanci (o Guanchì), che aveva dominato le Canarie prima della distruttiva venuta dei colonizzatori spagnoli agli inizi del XV secolo.

In effetti i Guanchi erano stati un popolo misterioso: isolati da tempo immemorabile nelle loro Isole, sono stati considerati gli ultimi eredi "puri" dell'Uomo di Cro-Magnon, con una somiglianzà fisica paragonabile, come è stato accertato anche recentemente, agli antichi popoli Berberi, ai Baschi, e ai pre-egizi.

Di alta statura, con gli occhi chiari ed i capelli biondo-rossi, erano un popolo orgoglioso che seguiva le regole del matriarcato: avevano infatti una Regina.

Si difesero con coraggio e grande ardimento dagli Spagnoli, ma alla fine furono annientati.

Pur essendo una società praticamente ferma al Neolitico: "questa gente mummificava i propri morti, realizzava complesse trapanazioni craniche, costruiva grandi strutture piramidali orientate con i Solstizi... e creava simbologie ermetiche, un'elaborata produzione artistica con... motivi spirali-formi ed incisioni rupestri del tutto analoghi a quelli della Britannia o dell'Irlanda Neolitica."

Si ritenevano gli ultimi abitanti della Terra: dissero agli Spagnoli che le isole, in realtà, erano i resti delle cime delle montagne facenti parte di un'antica terra sommersa dalle acque dopo un cataclisma.

Per le SS seguaci di Atlantide tutto questo rappresentava quanto di meglio si potessero aspettare. Seguirono così direttamente le ipotesi dei famosi studiosi tedeschi "Eugen Fischer e Otto Huth, che videro nei biondi nativi un'antica linea di sangue perduta del popolo Germanico e... le colorazioni delle loro costruzioni-bianche rosse e nere-per gli atlantologi erano l'evidenza che le Isole Canarie erano veramente i resti di un continente perduto."

Huth in particolare studiò gli attrezzi e le armi dei Guanci, osservando una smaccata somiglianzà di essi con il materiale che era stato scavato e ritrovato negli antichi siti germanici, riconducibili ad un periodo compreso tra il 5.000 ed il 2.000 a.C.

La datazione degli oggetti Guanci era posteriore - intomo al 1.500 a.C-confermando anche la possibilità di una migrazione tarda in Atlantico,da un'area Centro Europea e Mediterranea. Infine l'Ahnenerbe spinse molto per costituire quello che diventerà l'unico museo al mondo esistente sulla cultura dei Guanchi - presente alle Canarie.


Link alla trasmissione "Turisti per Caso" in cui si è parlato del  Teide - specialmente nella serie andata in onda nel gennaio 2005 Misteri per Caso http://www.turistipercaso.it/viaggi/itinerari/testotpc.asp?ID=911


Le Piramidi del Sole - di Adriano Forgione. Tratto da Hera Magazine

I dubbi e le domande mi assalgono mentre cammino tra le piramidi di Chacona, che costituiscono il parco etnografico di Guimar, nell’isola di Tenerife. Voluta fortemente da Thor Heyerdahl (cfr. HERA n° 30 pag. 14), sogno realizzato grazie ai finanziamenti privati della fondazione Fred Olsen, questa meravigliosa struttura permetterà alle generazioni future di godere di un patrimonio archeologico, altrimenti lentamente destinato alla distruzione.


Mentre osservo la sapiente opera di un popolo misterioso nell’assemblare le migliaia di blocchi di pietra vulcanica, non posso, infatti, non stupirmi di quanta cecità e ferrea chiusura verso il “nuovo” regni nel mondo dell’archeologia accademica canaria. Sì, perché gli archeologi locali identificano queste splendide piramidi come null’altro che terrazzamenti agricoli eretti non più di due secoli fa e privi di alcun valore archeologico. Pertanto, potrebbero anche essere demolite o lasciate andare in rovina.


Eppure queste strutture potrebbero narrare una storia ben più antica e complessa di quella semplicistica e isolazionista, cavallo di battaglia dell’archeologica accademica. In diversi articoli precedenti ho fatto riferimento agli “Shemsu Hor”, la razza perduta diretta propagazione di una cultura prediluviana di pelle chiara e capelli rossi, di cui i guanchi delle Canarie sarebbero tra i discendenti (cfr. HERA n° 42 pag. 30). La presenza di piramidi in queste isole dell’Atlantico è un’ulteriore conferma dell’esistenza di un patrimonio culturale comune al mondo intero.
L’esistenza di simili piramidi, se non identiche, in remoti luoghi del globo terracqueo (di cui parleremo fra breve) richiede un approfondimento maggiore rispetto allo scarso o nullo interesse offerto dagli archeologi “con paraocchi”.


Thor Heyerdahl non dubitava del legame tra i guanchi e questi complessi: l’antropologo ed esploratore era certo che i nove menceyes (sovrani), che governavano pacificamente le diverse zone di Tenerife, ricevessero qui incoronazione durante cerimonie realizzate in particolari momenti dell’anno, come avveniva in Egitto, nell’America precolombiana, nel Pacifico e in tutto il Mediterraneo. A distanza di 14 anni dalla loro scoperta, avvenuta nel 1989, le tesi di Heyerdahl sono ancora ufficialmente rifiutate (sebbene le accademie non abbiano portato avanti alcuno studio), ma, passando davanti a una delle piramidi del complesso, mi convinco ulteriormente della loro veridicità dato che al di sotto di essa sono in corso lavori di scavo archeologico in una cava naturale chiamata Cueva Chacona.

Vi sono stati trovati diversi antichi reperti guanchi. Una semplice coincidenza per gli archeologi, un concreto indizio per noi che sappiamo bene qual è il valore delle cave e degli ipogei naturali o artificiali quale luogo di iniziazione in associazione a complessi cerimoniali come quello in oggetto. Individuata dai geologi Fan-nian Kong e Jan Kristiansen nel 1991, insieme ad altre cavità naturali, grazie a prospezioni georadar richieste da Heyerdahl, è stata aperta nel 1997 presentando una serie di oggetti guanchi e nessun reperto organico. Non un luogo di sepoltura, quindi, ma una cava utilizzata per qualche altro scopo, più probabilmente iniziatico-cerimoniale, in plausibili relazioni con le piramidi.

I resoconti e la razza perduta
L’intero complesso di Guimar consta di 6 piramidi, realizzate in modo tale da circondare una enorme piazza cerimoniale. Quando fu scoperto, era preda della vegetazione. Le relazioni tra le diverse piramidi che lo compongono e la piazza cerimoniale vennero alla luce solo dopo aver bonificato l’area e ripulito il terreno. Oggi che Heyerdahl è scomparso, è rimasto Emiliano Bethencourt a capeggiare le fila dei sostenitori della tesi del complesso cerimoniale. Fu proprio lui ad attrarre l’attenzione dell’esploratore norvegese nel 1990. Esperto di cultura aborigena canaria e profondo conoscitore dell’argomento Atlantide, Bethencourt si è impegnato, negli ultimi dieci anni, a cercare le possibili prove bibliografiche e ogni tipo di dato che faccia riferimento, nella scomparsa tradizione guanchi, all’esistenza in tempi storici e preistorici di tali strutture a gradoni. Questo perché lo studioso nutre la speranza di arrivare a confermarne l’origine atlantidea.


In opere come Historia de la conquista de las siete islas Canarias, di Abreu Galindo (scritta dall’insigne francescano nel 1602), o Historia de las islas Canarias, di Josè De Viera y Clavijo (1772), vengono citate le piramidi delle Canarie. Più specificamente, nell’opera di Galindo, al capitolo IV del III libro, viene affermato quanto segue: «[…] Ogni capo aveva nella sua circoscrizione un luogo dove andare ad adorare, e la loro adorazione aveva le seguenti modalità: raccoglievano pietre e le disponevano in forma piramidale, raggiungendo l’altezza massima che permettevano loro le pietre sciolte (senza alcuna cementificazione, N.d.R.); e in occasione dei giorni prefissati per simili devozioni si raccoglievano tutti in quel luogo, intorno a quel mucchio di pietre, e lì ballavano e cantavano, lottavano e praticavano la maggior parte degli esercizi ludici che avevano in uso».


Nell’opera Cinco años de estancia en las islas Canarias (1891), René Vernau scriveva: «Si vede un’immensa piramide che, con i suoi enormi gradoni, ricorda quelle egizie[…]. Da lontano la somiglianza è totale, mentre da vicino l’illusione non scompare completamente […]». E anche nel testo intitolato I germani nelle isole Canarie (pag. 85), Franz von Loeher, inviato nelle Canarie da Luigi II di Baviera nel 1873, scriveva: «Le altissime rocce e le piramidi fatte di pietra che indicavano i luoghi sacri portavano il nome di Dio e su di esse giuravano». In uno dei documenti trovati da Bethencourt, datato al 1511, si afferma: «Nei territori verso il mare solcati dal Camino Real, che va da Chacaica a Chogo, che chiamano Chacona, dove sono le pietre congiunte (piramidi), dove i guanchi si rivolgono ai loro oracoli seminati a vigne […]».


Mentre le osservo da vicino, mi convinco che Bethencourt, nonostante il merito acquisito di aver focalizzato su queste costruzioni l’attenzione di importanti studiosi, è forse andato un po’ troppo oltre. Queste piramidi, così come sono erette possono inserirsi in un panorama culturale certamente a carattere mondiale, ma relazionato a una cultura marinara probabilmente posteriore rispetto a quella pre-diluviana, sebbene a essa direttamente relazionabile quale emanazione successiva.

Orientate verso il Sole
Quale fu però la motivazione alla base di tale sforzo? Le piramidi canarie furono probabilmente erette in conseguenza di un culto solare. Esse infatti, risultano allineate con i solstizi e il loro legame con tali particolari momenti astronomici è provato dalla scala cerimoniale che porta alla loro sommità, sempre fronteggiante il sorgere del Sole. Ero lì, in effetti, anche per verificare la concretezza delle affermazioni fatte circa tali allineamenti. La mia bussola segnalava un perfetto allineamento lungo l’asse est-ovest, confermando che un re o un sacerdote sarebbe potuto salire all’alba sulla sommità della piramide e osservare il Sole sorgere dalle acque dell’Oceano Atlantico, in un rituale di continua morte e rinascita.


Il mio collega José Gregorio Gonzáles, ricercatore locale e autore di alcuni libri sui misteri delle Canarie, poco dopo, mi spiegò come si è giunti a confermare le relazioni strutturali tra piramidi e Sole: «Nel 1991, tre astronomi dell’Istituto di Astrofisica delle Canarie, César Esteban, Juan Antonio Belmonte e Juan Aparicio, scoprirono che le strutture piramidali erano allineate con i solstizi d’inverno e d’estate. In base alle conclusioni della loro ricerca, seguendo l’asse principale, è possibile contemplare al di sopra della cordigliera montagnosa, tra il 20 e il 24 giugno, un curioso fenomeno conosciuto come “doppia calata del sole”, visibile solo in queste date e dal preciso luogo in cui sono state erette le piramidi. Allo stesso modo, seguendo l’altro dei suoi assi, gli astronomi hanno scoperto l’allineamento con il solstizio d’inverno da una delle scale attraverso cui si ascende alla sommità di una delle piramidi in modo tale che all’alba del 21 dicembre l’ascensione del sole coincide con detta scala. Questa ricerca ha provato l’orientazione astronomica delle piramidi, anche se gli astronomi, come gli archeologi, considerano tali piramidi come realizzate dagli agricoltori».


Gonzáles si riferiva al rapporto definitivo stilato dai tre astronomi che così recitava: «Le piramidi di Guimar furono impiegate come stazione astronomica per la predizione di date chiave del ciclo agricolo e, di conseguenza, per stabilire un calendario».
Ma il mio collega canario non era assolutamente d’accordo: «Ricercatori come Graham Hancock, Robert Bauval e l’astronomo Chandra Wickramasinghe hanno comprovato gli allineamenti delle piramidi di Guimar arrivando alle stesse conclusioni di Thor Heyerdahl, Emiliano Bethencourt e altri ricercatori eterodossi. Per loro, queste piramidi furono erette dai guanchi seguendo un metodo simile a quello impiegato da altre culture antiche, dimostrando una grande somiglianza con le strutture dell’Egitto, dell’Italia, del Perù, del Messico e del Pacifico.
Al museo archeologico di Santa Cruz è esposto un bellissimo vaso guanchi, in cui sono perfettamente rappresentate la fase di un’eclissi, a conferma dell’interesse di questo popolo per i fenomeni celesti in relazione alle loro espressioni cultuali».

Lo scempio di Icod
Gli elementi che saranno presentati fra breve tenderanno a dimostrare con indizi concreti la mia teoria secondo la quale non furono i guanchi a erigere queste piramidi. L’ipotesi guanchi non tiene in considerazione la presenza, in altri luoghi del mondo, di costruzioni del medesimo tipo e ciò può voler dire di dover fare riferimento a un periodo più antico, quando una o più civiltà marinare, caratterizzate da tratti somatici ariani, lasciarono le loro tracce in ogni parte del globo. Tra queste testimonianze vanno ascritte tali costruzioni. Costruzioni che, se l’ipotesi è corretta, furono quindi solo re-impiegate dai guanchi. Forse non si trattò nemmeno dei fenici che mancarono completamente di architettura monumentale lasciando, però, ai popoli con cui vennero a contatto un’eredità fatta di sapere e conoscenza che comprendeva grandi scienze quali la navigazione, l’astronomia e la scrittura.

Chi erano allora gli edificatori di tali costruzioni?
Queste e altre osservazioni erano l’argomento del discorso con Gonzáles, durante la nostra passeggiata tra le piramidi. Fu a quel punto che il ricercatore spagnolo mi informò di qualcosa che ignoravo completamente: «A queste piramidi si è aggiunta la scoperta di altre strutture analoghe nei municipi di Icod de los Vinos e Guía de Isora, sempre a Tenerife e nelle altre isole dell’arcipelago, come La Palma e Gran Canaria». Quest’informazione mi colse completamente di sorpresa: «Si è mosso qualcuno per la loro salvaguardia, come accaduto per Guimar?», chiesi. «No – rispose il mio collega – devi sapere che a Icod si è consumato uno scempio. Per la costruzione di una stazione di rifornimento, è stata rasa al suolo la più grande delle piramidi dell’arcipelago, ben 50 metri di lunghezza e 30 di larghezza, con una scala di 21 gradini che portava alla sommità della struttura, formata da otto livelli.

Questo perché tali piramidi non sono considerate patrimonio archeologico ma solo recenti ammassi di pietre vulcaniche. Fortunatamente, a Icod restano in piedi altre piramidi, che con quella distrutta formavano un intero complesso, ma il miracolo favorito dalla fondazione Fred Olsen e da Thor Heyerdahl con la struttura cerimoniale di Guimar, difficilmente si ripeterà e tutte le altre piramidi potrebbero, prima o poi, per esigenze edilizie o economiche, essere abbattute». Un morso mi prese allo stomaco, volevo andare a Icod, dall’altra parte dell’isola, e osservare da vicino almeno una di queste costruzioni. Arriviamo sul luogo poco prima del tramonto, dopo un’ora di macchina.

La facile camminata tra le piramidi di Guìmar era oramai un ricordo: per piazzarci al centro del complesso di Icod de los Vinos, alla base delle piramidi, abbiamo dovuto, invece, attraversare una fitta vegetazione fatta di rovi e arbusti. Era evidente che la mano che le aveva erette era la stessa che aveva operato a Guìmar. Anche qui come a Guimar alcune presentano base quadrata, rettangolare o triangolare. «La loro orientazione astronomica?», chiesi a José Gonzáles. «Stiamo studiando. Non è facile in queste condizioni arrivare a una conclusione. Per il momento non abbiamo dati sufficienti. Qualcuno di noi pensa che possano esserci dei corpi sepolti qui a Icod e, quindi, considera il complesso come un centro funerario dedicato al culto dei morti».

Piramidi nell’oceano indiano
Il Sole era già tramontato e le piramidi di Icod, oramai indistinguibili nell’oscurità, sparivano alla mia vista, mentre mi allontanavo. Gli splendidi complessi di Tenerife sono una traccia importante per fare luce su un oscuro passato, che coinvolge non solo le Canarie ma l’intera storia dell’umanità. Associando queste costruzioni ai crani dolicocefali che ho osservato nel museo di Santa Cruz, a Tenerife (cfr. HERA 42 pag. 30), risulta chiaro che qualcosa non torna nella versione ufficiale del libro della storia. Avrei lasciato le Canarie e l’amico José Gregorio Gonzáles per tornare in Italia con i miei dubbi e le mie teorie sull’origine non guanchi di questi complessi. Mi basavo soprattutto sul fatto che in Sardegna, a Monte D’Accoddi, e in Sicilia, nei dintorni dell’Etna a Petrapezia, a Tremestiere (la torretta Barunneddu), oppure in Austria e ancora in Estremo Oriente tra Cina e Taiwan sino a Tahiti, nel remoto Pacifico, dove sorge la piramide di Mahalatea (curiosamente i tahitiani chiamano queste costruzioni marae, termine molto simile all’egizio mer che sta proprio per “piramide” o Meru, il primordiale monte della creazione), sono presenti strutture simili.

Sebbene non proprio identiche, il loro principio costruttivo, basato su una serie di pietre poste sapientemente l’una sull’altra, e la loro forma complessiva richiamante la piramide a gradoni, costituiscono elementi sufficienti a chiamare in causa un qualche tipo di legame culturale, probabilmente ereditato da un’unica cultura civilizzatrice. Il dubbio diviene convinzione quando, solo quattro mesi dopo, Gonzáles mi scrive da Tenerife: «Nel mezzo della controversia ancora attuale circa l’origine delle piramidi delle Canarie, è apparso un nuovo elemento. Casualmente, l’astronomo spagnolo César Esteban, già impegnato nell’analisi astronomica delle piramidi di Guimar, ha scoperto, nell’agosto 2002, una serie di strutture identiche a quelle delle Canarie in un luogo molto distante dal nostro arcipelago, la Repubblica di Mauritius o Isola Dodo, a 800 chilometri dal Madagascar, in pieno Oceano Indiano.

La notizia, con fotografie, è stata pubblicata dal quotidiano tenerifegno La Opinión. Esteban, circolando lungo l’arteria viaria dell’isola in direzione di Port Louis, capitale e porto principale della costa sud-orientale, si è trovato di fronte un paesaggio molto familiare. Ai due lati della carreggiata, si stagliavano impressionanti piramidi scalonate identiche a quelle delle nostre Canarie. Dotate dai 5 ai 10 livelli, erano al centro di coltivazioni di canna da zucchero. Ognuna di esse possiede una dimensione compresa tra i 15 e i 30 metri di base». Esteban, secondo quanto mi ha riferito Gonzales, è certo che si tratti, anche in questo caso, di costruzioni recenti, essendo l’isola disabitata sino al XVI secolo. Ma chi può escludere che in tempi antichi un popolo di navigatori non sbarcò sull’isola, abbandonandola dopo aver eretto le strutture cultuali oggi visibili? Le foto realizzate da Esteban e inviatemi da Gonzáles, in effetti, non danno adito a dubbi.

Le strutture delle Canarie e quelle delle Isole Mauritius non sono simili, ma identiche. Eppure le une si trovano in pieno Atlantico, le altre nell’Oceano Indiano situate, quindi, nelle opposte propaggini del continente africano. Era ciò che aspettavo. Questa scoperta conferma che le piramidi nelle Canarie non sono guanchi e chiama in causa un antico popolo di navigatori che avrebbe toccato le due isole. Un popolo che realizzò il periplo del continente, giungendo al di là del Madagascar e lasciando in entrambi lati dell’Africa le sue tracce piramidali, legate a un culto solare. Potrebbero essere stati i fenici, oppure un’altra popolazione, forse più antica, ma comunque legata agli Shemsu Hor, i portatori di civiltà, custodi e continuatori della tradizione pre-diluviana.

Un popolo di civilizzatori

Thor Heyerdahl aveva ragione e torto allo stesso tempo. E’ morto senza venire a conoscenza delle piramidi delle Isola Mauritius. Credo, però, che avrebbe ragionato così: «Forse le piramidi Canarie non sono opera dei guanchi, inetti nella navigazione, ma, al contrario, di qualcun altro, avanzato nella scienza marinara, dedito al culto del Sole e per il quale, lì dove toccava terra, erigeva strutture piramidali dove poterlo adorare». Un popolo che Heyerdahl era certo di identificare in una razza ariana di pelle bianca e capelli rossi (sebbene lo fossero anche i guanchi), giunto sino in America in tempi preistorici.

Lui stesso ha voluto inserire, nel museo adiacente al complesso delle piramidi di Guimar, le tracce presenti in America di questa civiltà. Principalmente la replica della testa con barba trovata a Guerrero, Messico, oggi esposta presso l’American Museum of Natural History di New York, e la scena di sacrificio di un uomo bianco e capelli chiari il cui originale è a Chichén Itzà, nel Tempio dei Guerrieri. Diverse, nel continente americano sono le tracce di quest’oscura storia e di questa dimenticata gente ariana (ne riparleremo), più volte presentate su HERA, così come numerose sono quelle lasciate in Europa, Africa e Asia da questi civilizzatori ariani.

Gli archeologi hanno paura nell’affrontare quest’aspetto, purtroppo legato a terribili e nefasti avvenimenti della metà del secolo scorso. E’ anche questo il motivo per cui alcune tracce archeologiche relative a questa remota razza sono tuttora occultate. A mio modo di vedere, ciò non deve impedire la giusta ricerca perché le evidenze archeologiche, antropologiche e culturali dell’esistenza di civilizzatori bianchi nel passato, sono patrimonio dell’umanità. Occultarle, o distruggerle, come si sta facendo con le piramidi delle Canarie, è il più grande affronto all’eredità che ciascuno di noi ha ricevuto dalla storia.


(cliccare sulle foto per ingrandirle)

 
     

 
     
 
     
 
     
 
     
 
     
 

     
     
     
 
     
 
     
 
     
 
     
 
     
 

 

 

 

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